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Spiego ai cinesi la cultura italiana Intervista al prof. Wen Zheng,
co-direttore dell'Istituto Confucio di Roma
6 marzo 2013

SPIEGO AI CINESI LA CULTURA ITALIANA

Wen Zheng dell'Istituto Confucio

Wen Zheng dell Istituto Confucio


di Wang Jing
ha collaborato Elisa Marinelli


Roma, 15 gen.- Negli ultimi anni, gli scambi culturali tra Cina e Italia si sono intensificati visibilmente: dal 2006 ad oggi, in Italia sono stati aperti 10 Istituti Confucio e una serie di Aule Confucio indipendenti. Insomma la “febbre cinese” in Italia si è ‘trasmessa’ soprattutto nel mondo della cultura; ne è la prova  l’Istituto Confucio dell'Università La Sapienza di Roma, dove solo nel 2012 si sono iscritte più di 3.000 persone. 
Dalla riforma culturale avviata nel 2002 con il XVI congresso del Partito fino ad ora, l’Istituto Confucio si è affermato come il principale strumento per il “potenziamento del soft power del Paese”, adottato come slogan,  e della realizzazione della “culture go global” cinese. Da allora, ‘Confucio’ è approdato in 180 paesi nel mondo, dove sono stati costituiti 387 Istituti e 509 Aule nelle scuole medie e scuole elementari. 
Ma quanta influenza ha la cultura cinese in Italia? Che opinione hanno i cinesi della lingua e della cultura italiana? Quanto sono curiosi? Agichina24 lo ha chiesto a Wen Zheng, co-direttore cinese dell’Istituto Confucio di Roma e professore associato presso l’Istituto di Lingue e Culture Europee dell’Università di Lingue Straniere di Pechino. Nel 2012 Wen ha inoltre ricevuto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’onorificenza di Cavaliere dell’ordine della stella d’Italia.

Come interpreta il discorso di Hu Jintao al XVIII Congresso quando parla di espandere l’apertura della cultura cinese verso il mondo esterno? E cosa si può fare affinché la “febbre cinese” non sia solo una moda passeggera? 

Con il rapido sviluppo economico della Cina, sempre più persone tendono a considerare la cultura come un settore da cui trarre profitti economici. A causa delle differenze culturali la richiesta da parte del mercato internazionale  dei prodotti culturali cinesi è molto alta, e aprire la cultura al mondo esterno è inevitabile. Noi abbiamo grande esperienza nell’accoglienza della cultura straniera, basti pensare alle rappresentazioni teatrali cinesi di opere classiche italiane e musical di Broadway, o ai musei che ospitano spesso mostre di opere dell’arte rinascimentale e di gioielli europei; tuttavia la nostra cultura ha anche bisogno di "uscire". Per lungo tempo cultura e ideologia cinese sono state strettamente legate, penso che il rapporto del XVIII Congresso a sostegno dell’importanza della politica di apertura culturale al mondo esterno ha lo scopo di garantire che la letteratura non si distacchi dalla sua prerogativa principale.

L’Istituto Confucio da sempre aderisce a questo principio, promuovendo la lingua cinese e gli scambi culturali con l’Italia, il che include fondi che permettano agli studenti di studiare e fare ricerca in Cina. L’Istituto Confucio è un’istituzione culturale no profit che non concepisce la cultura come un industria da cui trarre profitti.  
L’origine della “febbre cinese” sta nel rafforzamento della nazione cinese e nei cambiamenti della struttura economica mondiale. Nel XVII secolo l’Europa ha visto soffiare il “vento cinese”, la cultura cinese è fiorita, e la società europea ha accolto il buon governo, la pace, la ricchezza e la felicità dell’Impero Cinese. L’entusiasmo di imparare l’inglese della Cina degli anni  80 del secolo scorso si è propagato ovunque, adulti, bambini, tutti imparavano la lingua e questo non per l’aumento di inglesi e americani in Cina,  ma  perché i cinesi, dopo 10 anni di catene spirituali della “Rivoluzione Culturale”, inseguivano e guardavano con ammirazione alla cultura occidentale. Perciò la “febbre cinese” non l’abbiamo portata noi in Europa, ma l’Europa l’ha creata spontaneamente, e l’Istituto Confucio ha il ruolo di guida e di promotore.   

Nel 2012, l’America ha rigidamente ristretto il rilascio dei visti ai docenti dell’Istituto Confucio, che ne pensa di quella visione che considera la Cina una “minaccia culturale”?


La minaccia culturale non è una cosa nuova, sono circa 90 anni che in Cina si discute del problema, alcuni temevano che il Movimento per la Nuova Cultura del 4 maggio potesse portare a una totale occidentalizzazione della cultura cinese, così si è cercato di prevenire la diffusione di questa cultura, oggi questa preoccupazione è considerata immaginaria e infondata, ma alcuni ancora cercano di ostacolarla, soprattutto oggi che ha preso piede l’informazione di rete. In effetti l’America non è preoccupata della cultura in sé ma dei suoi valori ideologici addizionali. Ci sono persone che utilizzano la cultura per ottenere vantaggi politici. Può ogni campagna di elezioni presidenziali americane sollevare la questione cinese?  Personalmente penso che le solite questioni tra Cina e America abbiano sempre elementi in comune, questa volta è toccata all’Istituto Confucio.
Però non è necessario preoccuparsi della questione: il nostro partner di Roma - la Sapienza - grazie al suo spirito di apertura, vanta il maggior numero di iscritti dell’Università nel mondo; il preside e gli insegnanti italiani sono sinologhi che conoscono abbastanza la Cina; una profonda amicizia lega i nostri studenti cinesi e italiani che occupano nei diversi settori come istituzionali, economia, scienze e tecnologia, cultura, arte, commerciali ecc., tutte le persone con vedute molto ampie. Credo che per un paese con una forte coscienza nazionale importare culture diverse permetta di acquisire maggiore maturità, grandezza e potenza, basti pensare a quello che la cultura greca ha fatto per Roma o a quello che la Cina e l’Occidente hanno fatto per il Giappone. Come dice un antico proverbio cinese: “il mare è reso grande da tutti i fiumi che vi sfociano”. 

Lei, come professore di lingua e cultura italiana alla Beiwai (Università di Lingue Straniere di Pechino), quali pensa siano le caratteristiche più importanti dello studio dell’italiano in Cina? Quali sono le opere letterarie italiane più importanti che secondo lei devono essere utilizzate per insegnare?

Oggi in Cina gli studenti di italiano sono soprattutto di tre categorie: gli studenti universitari, chi progetta di andare a studiare, a lavorare o a vivere in Italia e chi lo studia per passione o necessità lavorative. 
In Cina ci sono circa 15 tra università e istituti che offrono corsi e specializzazioni di italiano, per un totale di 500 studenti l’anno. Alcuni studenti lo studiano per desideri e ambizioni personali, altri perché sperano di avere minore competizione nel mercato del lavoro. 
Riguardo il materiale per l’insegnamento, la Beiwai per il primo e secondo anno di corso di lingua sottopone agli studenti testi di Moravia, Calvino, Elio Vittorini, e racconti brevi di altri autori moderni, ma anche l’epica, come l’ “Iliade”, l’ “Odissea” e l’ “Eneide”. Dopo la laurea gli studenti devono studiare un maggior numero di opera classiche, come la “Divina Commedia”, il “Decamerone”, il “Canzoniere”, la “Gerusalemme Liberata”, l’ “Orlando Furioso” ecc. 
D’altro canto dal 2004 il governo italiano, vista l’apertura della Cina a mandare all’estero gli studenti, ha fatto grandi sforzi per migliorare le politiche di accoglienza, così sono arrivati un gran numero di studenti cinesi di scuole superiori e università che desideravano venire in Italia a studiare e  sono aumentati gli scambi studenteschi e di ricercatori. A parte i bassi costi del corso e delle spese giornaliere, l’Italia offre agli studenti cinesi una vasta gamma di corsi interessanti come quelli di progettazione automobilistica, bio ingegneria, disegno industriale, restauro, giurisprudenza, musica, arte ecc. Però il requisito fondamentale per essere ammessi ai corsi richiesto dall’Italia è il superamento dell’esame di lingua italiana di livello A2, perciò ogni anno molti studenti studiano italiano in Cina. 

Tra le sue varie traduzioni italiane figurano “Fiabe Italiane” di Calvino, il premio Strega “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano, “Il Cimitero di Praga” di Umberto Eco. Che opinione hanno i lettori cinesi della letteratura italiana contemporanea e qual è la sua potenzialità di sviluppo in Cina?

La conoscenza dei lettori cinesi della letteratura italiana non è molto vasta,  solo la “Divina Commedia”, il “Decamerone” e poche altre opere classiche possono considerarsi noti a tutti, invece la letteratura moderna per la maggior parte dei cinesi è un buco nero. Nonostante “Pinocchio” e “Cipollino” abbiano influenzato generazioni di cinesi, in pochi sanno che questa forma di letteratura proviene dall’Italia.
Sto scrivendo un libro che parla dell’influenza e della diffusione della letteratura italiana in Cina. L’influenza della letteratura italiana sulla società cinese contemporanea non è molto rilevante, in quanto è stata ostacolata dalle barriere linguistiche e dall’inefficienza delle traduzioni. In oltre 100 anni di diffusione della letteratura occidentale in Cina, la maggior parte delle opere presentate ai lettori cinesi sono state traduzioni dall’inglese, dal francese, dal tedesco, dal russo e dal giapponese; fino a 30 anni fa, i cinesi per conoscere la letteratura italiana dovevano basarsi su versioni tradotte dalle lingue appena menzionate. Per quanto riguarda, invece, la storia della letteratura italiana moderna, gli autori e la critica letteraria, solo verso la fine degli anni ‘80 del secolo scorso  è iniziato un sistematico lavoro di ricerca. Tuttavia, l’influenza indiretta della letteratura italiana sulla società cinese moderna non deve essere sottovalutata, sia le riforme dei Cento giorni, il Movimento del 4 maggio e il Movimento del Vernacolare dalla fine del XIX secolo agli inizi del XX secolo, che la filosofia, l’estetica le avanguardie sperimentali e il fenomeno Wang Xiaobo negli anni ‘80-’90 hanno avuto intricate e nascoste relazioni con la letteratura italiana, solo raramente ci sono persone attente che vi fanno caso. 
Dagli anni ’80 in poi, Lu Tongliu uno dei più grandi traduttori esperti di lingua italiana ha iniziato a tradurre molte opere della letteratura italiana moderna, e i nomi di D’Annunzio, Pirandello, Calvino, Moravia, Eco sono diventati familiari a molti cinesi.
Oggi, nell’era di internet, leggere libri è diventata una stravaganza, i giovani preferiscono trascorrere il tempo a chattare e non desiderano più tenere un romanzo tra le mani. Ma le opere letterarie che evocano emozioni e toccano l’anima possono ancora avere successo. “La solitudine dei numeri primi” è un esempio di questo successo. In soli 6 mesi, la versione cinese è stata ristampata tre volte e sia il romanzo che il film hanno prodotto grande eco tra i giovani cinesi.
Penso che la letteratura italiana per avere successo tra il pubblico cinese deve avere tre aspetti indispensabili: primo gli argomenti devono rispecchiare la “realtà”, secondo le traduzioni cinesi devo essere rapide ed adeguate, terzo bisogna accompagnare il testo con una campagna pubblicitaria.

Si dice che perché un’opera ottenga il successo letterario e il riconoscimento del pubblico, il suo autore deve avere una profonda esperienza personale e delle “ferite aperte”. Come percepisce questo dolore un traduttore?  

Di sicuro con sofferenza. La letteratura è una scienza umana, se le emozioni vengono soppresse si congelano, per poi sciogliersi di nuovo in modo naturale; per uno scrittore la scrittura incanala questo flusso. Questo succede a tutti gli autori indipendentemente dal periodo o dal luogo in cui vivono: Confucio  tra molte difficoltà scrisse "Gli annali delle Primavere e Autunni", Sima Qian dopo la castrazione scrisse le “Memorie di uno storico”. Ed è così anche per gli scrittori italiani. Per quanto riguarda un traduttore di professione invece, non può immergersi totalmente nel dolore dell’autore, poiché il traduttore può perdere facilmente la razionalità e la traduzione rischia di diventare una sua "interpretazione" o "ricreazione" dell’originale, lasciando che i suoi sentimenti intervengano in modo eccessivo nelle opere. I buoni traduttori devono essere trasparenti, i lettori attraverso di loro devono poter percepire la mente e l’anima dell'autore. Sebbene gli italiani affermino che "la traduzione è tradimento", io personalmente cerco comunque di non tradire nel quadro generale.

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AGICHINA24  意讯社中国24

http://www.agichina24.it/l-intervista/notizie/spiego-ai-cinesi-la-cultura-italiana

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